Sulla Punta Della Lingua

September 19, 2015

- In Spagna il metodo di insegnamento delle lingue straniere è del tutto inutile.

- In Italia, impariamo le regole e la struttura; ma la comunicazione? Zero!

- In Polonia, dopo innumerevoli ore di inglese a scuola, la maggior parte delle persone non sono in grado di mettere insieme un paio di frasi.

- In Giappone è ancora peggio! Le persone imparano grammatica e vocabolario fuori dal contesto, non avendo idea di come utilizzarli in pratica.

 

E' possibile insegnare in modo efficace le lingue straniere?

 

Abbiamo discusso su questo tema nel corso di un incontro con il nostro primo couchsurfer: Pablo. Siamo arrivati sul luogo concordato con mezz'ora di ritardo - a Bangkok gli ingorghi sono una cosa incredibile. Per fortuna Pablo, uno spagnolo che vive nella capitale thailandese, ha perfettamente compreso la situazione. Ci ha accolti con un inglese perfetto, senza il minimo accento spagnolo. E’ venuto qui per imparare il thailandese con un approccio naturalistico, ovvero l'apprendimento basato inizialmente solo sull'ascolto. Dal lunedì al sabato Pablo frequenta un corso di lingua thailandese che non ha orari regolari. Ognuno arriva quando vuole e ascolta quello che l'insegnante sta dicendo. Si continua così per le prime 800 ore.

Solo ascolto, senza leggere, scrivere ne cercare di parlare. L'idea è che la lingua debba radicarsi nel cervello abbastanza da non confondersi con la propria lingua, accento e struttura. Quando sarà il momento giusto si comincerà a parlare, avendo già intuizione del linguaggio.

 

Pablo: Con questo metodo apprendiamo come se fossimo bambini. In un primo momento ci limitiamo ad ascoltare, comprendendo sempre di più ad ogni classe. Non ci sono test o esami, l'insegnante racconta una storia e noi cerchiamo di capire. La storia è supportata da una serie di gesti e disegni. Il punto è capire il messaggio senza focalizzarsi su specifiche parole.

 

E' in tutto e per tutto lo stesso processo attraverso cui passa un bambino. All'inizio impariamo i sostantivi. Elefante. Tavola. Uomo. Poi arrivano i verbi, descrizioni di azioni. Solo alla fine gli aggettivi. Anche se l'insegnante ripete la stessa storia più di una volta se ne avvantaggiano tutti, assimilando nuove parole, comprendendo un po' di più rispetto alla volta precedente. Quando arriviamo a capirne abbastanza si può provare un livello superiore.

 

Pablo: Durante il corso ci sono un sacco di storie e giochi. Ma le attività non riguardano il linguaggio in se; l'insegnante può, per esempio, fare indovinelli ai quali si cerca di rispondere in gruppo nella propria lingua.

 

Andrea: Ma vivendo in Thailandia non tenti di utilizzare la lingua nella vita di tutti i giorni?

 

Pablo: Se non c'è un'evidente necessità, no. Iniziando a utilizzare la lingua prima che essa si sia radicata nella nostra mente attraverso l'ascolto si iniziano a confondere gli accenti e cercando di tradurre letteralmente si mischia la lingua madre con la nuova. Eppure la traduzione letterale è impossibile. È possibile tradurre parole singole, tipo "bella" in thailandese, ma in pratica il loro significato e il loro utilizzo è sempre differente. Quando impariamo una nuova parola, senza contesto, non ci guadagniamo molto. Sappiamo come dire "bella", ma saremo in grado di usare la parola in una frase? O anche riconoscerla quando qualcuno la pronuncia rapidamente nel bel mezzo di un discorso complesso?

 

Probabilmente no. La comunicazione è l'elemento più trascurato nell'insegnamento delle lingue straniere, incentrato piuttosto sulla grammatica e sugli esercizi. Con questi e’ più facile dare voti e valutazioni, però si perde il significato e lo scopo dell’apprendimento.

 

Andrea: Vero. Ma il processo parte molto lentamente. La mancanza di un progresso tangibile non scoraggia gli studenti?

 

Pablo: Questa è una delle sfide del metodo: Come dare agli studenti la sensazione di stare davvero migliorando? Durante le prime settimane in cui ci si limita ad ascoltare, il progresso può passare inosservato, ma c’è. Lentamente nel nostro cervello formiamo le strutture che ci permettono di riconoscere le parole, e dopo qualche tempo di usarle in modo corretto. Ma bisogna avere abbastanza fede e perseveranza per non rinunciare dopo qualche lezione. Probabilmente la cosa più utile é l’esempio di altri studenti che sono già passati attraverso questa fase e possono mostrare cos’hanno ottenuto con questo metodo.

Il discorso e’ andato avanti per tutta la sera, sia a casa di Pablo sia per strada, dove abbiamo mangiato del cibo locale. Pablo alla fine ha utilizzato 2-3 parole in thailandese per spiegare alla venditrice che non voglio gamberi nella mia insalata. Né troppo peperoncino. Per la prima volta sono riuscita a godermi il mio pasto senza preoccuparmi di trovare carne all'interno (sono vegetariana) e senza bruciarmi la bocca (cosa che é accaduta già un paio di volte).

 

Durante la cena ha iniziato a piovere. Tutto sommato è ancora la stagione delle piogge. Nel giro di un minuto o due Si è trasformato in un enorme acquazzone. Sicuri sotto una copertura in lamina abbiamo ascoltato le gocce che cadevano insistentemente sul tetto. Altre persone hanno cercato rifugio nella stessa area, aperta su due lati. Dopo un pó siamo tornati sul punto, urlando per superare il rumore della pioggia.

 

Anna: Il tuo modo di pensare le lingue è molto vicino al nostro. Negli ultimi mesi abbiamo cercato di abbattere le barriere di comunicazione organizzando i workshop sayBabel - workshop, svolti in inglese, in cui i partecipanti possono non solo esercitare il loro inglese ma anche parlare di delicate questioni sociali come consumismo responsabile o diritti umani. Il workshop ha mostrato una forte domanda per questo tipo di iniziative. Grazie a loro siamo riusciti a superare la barriera linguistica ma focalizzandoci sul sensibilizzare le persone su diversi tipi di problemi sociali. Per di più, l'idea dei workshop sayBabel inizia a diffondersi. Quest'anno saranno organizzati in due città: a Varsavia e Lodz, grazie ad alcune persone che hanno deciso di mettersi in gioco, anche dopo la nostra partenza. In futuro, se l'idea funziona correttamente, vogliamo provare in altri paesi.

 

Pablo: Anch'io vorrei che la mia idea avesse larga diffusione. Non mi interessa il lavoro dell'insegnante in quanto tale. In realtà, io sono un informatico e sarei in grado di fare soldi in quel campo. Le lingue sono la mia passione e non mi dispiacerebbe guadagnarmi da vivere con esse; ma il mio obiettivo è quello di cambiare il sistema di insegnamento delle lingue in generale, non di fare un paio di lezioni a settimana.

 

Andrea: In quali posti vuoi portare questo cambiamento? In Spagna? Thailandia?

 

Pablo: Ovunque. Se il metodo funziona, perché limitarsi ad un solo paese? Comincerò probabilmente da qualcosa di piccolo per mostrarne alla gente le potenzialità prima di cercare di diffonderlo in maniera più ampia. Credo che l’idea abbia senso. È per questo che sono venuto in Thailandia, l'unico posto in cui ho trovato un corso con approccio naturalistico, basato sull'ascolto. Sempre più persone se ne stanno interessando: le prime scuole di questo tipo hanno appena aperto in Cambogia e Vietnam.

 

Anna: Eserciti il thailandese anche al di fuori delle lezioni?

 

Pablo: Sì, vedendo film e grazie al cross-teaching. Mi incontro con un amica per fare conversazione, lei mi parla in thailandese e le rispondo in inglese, quindi entrambi ascoltiamo una lingua a noi sconosciuta.

 

Anna: E' veramente possibile conversare senza conoscere per nulla un'altra lingua?

 

Pablo: Certo! Vuoi provare? Io parlo giapponese, te parli polacco e vediamo cosa viene fuori.

 

Anna: Giapponese?! E' un linguaggio completamente diverso, non ho la minima possibilità di capire una parola!

 

Pablo: E io non un’ho idea del polacco. Dai, proviamo.

 

Pablo ha preso alcuni fogli di carta, pennarelli, dei fogli plastificati su cui ha stampato mappe, un orologio, le stagioni, i colori. Ha iniziato a spiegarci alcune regole di base: si parla solo in giapponese (Pablo) e polacco (Anna), niente inglese.

La comunicazione può essere supportata con gesti e disegni. Il punto e’ cercare di capire, non memorizzare qualche parola o ripetere, niente del genere.

 

Con la mia esperienza da insegnante di lingue, tra cui il polacco, è stato abbastanza facile per me comunicare solo in quella lingua (Pablo dice che inizialmente la maggioranza delle persone passano automaticamente all'inglese per cercare di spiegare un concetto). Al principio domande e risposte sembravano essere semplici. Usando gesti e disegni ci siamo detti i nostri nomi e dove viviamo, in quale paese, città, quanti abitanti... Col passare del tempo siamo entrati in argomenti più complessi: dove abbiamo viaggiato in passato, con chi e per quanto tempo. Non conosco una parola in giapponese eppure la cosa non mi ha disturbato troppo. Ci sono stati alcuni passaggi complicati, ma alla fine con l'aiuto di gesti, mimica e disegni sono stata in grado di comprendere il concetto. Dopo più di mezz'ora siamo finiti a discutere di cammelli in Mongolia e battute sul trasportarli in Africa con un aereo. Quando abbiamo terminato la sessione, sono rimasta sorpresa di quanto velocemente fosse passato il tempo e quanto fosse facile per noi chiacchierare, persino scherzare, nel corso di un dialogo in una lingua del tutto sconosciuta, così lontana da quella che usiamo abitualmente per comunicare. Non sono certo in grado di utilizzare una qualsiasi parola giapponese, ma credo di capirne un po' di più. Tra l’altro, mi sono divertita, ho imparato qualcosina su Pablo e ho sviluppato la mia creatività. Un’altra cosa importante é che il cross-teaching può essere organizzato con qualsiasi persona che conosce la lingua, senza bisogno di particolare preparazione.

La conoscenza dei principi fondamentali del metodo e la fiducia in esso sono più che sufficienti.

 

Andrea: Osservando da fuori, anch’io sono stato in grado di seguire il filo del discorso. Con Anna abbiamo cercato di fare esperimenti simili: io parlavo con lei in italiano, lei con me in polacco, ma entrambi abbiamo già quanto meno un’infarinata dell’altra lingua. E viene fuori che si può chiacchierare anche senza conoscere una sola parola!

 

Pablo: La cosa più importante è rompere le barriere di comunicazione. Le persone cominciano a sentire di potercela fare, hanno meno paura. Allo stesso tempo, l'insegnante parla quanto più possibile, descrive ogni azione, in modo che lo studente abbia molte opportunità di ascoltare la lingua. Vale anche la pena di vedere film, ascoltare musica e la gente per strada. Per il thailandese si inizia a parlare dopo circa 800 ore di lezioni, ma per altre lingue è molto più veloce. Secondo quanto dicono alla scuola, dopo circa 1200 ore dovrei essere in grado di comunicare in thailandese. Tra l’altro tutte le informazioni che ricevo sono molto meglio assimilate rispetto a quanto avviene durante le lezioni tradizionali. Questo non è un semplice processo di memorizzazione perché basato sul divertimento e su vero impegno.

 

Non so come sia successo, ma quando abbiamo dato un'occhiata all'orologio erano già le 2. Alle 9 Pablo avrà una lezione, anche se è sabato. Lentamente andiamo a dormire. Pablo mi invia l'indirizzo del suo blog. Chissà, forse ci incontreremo di nuovo, a Bangkok o in qualsiasi altro paese. Magari per un corso di lingua… Pablo parla in spagnolo, catalano, inglese, francese e giapponese. Tra non molto la lista diventerà più lunga con l’aggiunta del thailandese. Tutto ciò l’ha imparato soprattutto ascoltando. Adesso che ci penso, mi ricordo un sacco di altre persone che ho incontrato in Albania, Georgia o Portogallo, che sostenevano di aver imparato l’inglese semplicemente guardando la televisione. La cosa mi ha sempre impressionato, ma forse ha più senso di quanto abbia mai pensato. Beh, il prossimo film che guardiamo sicuramente non sarà in inglese.

 

 

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