Ho trovato la libertà dentro una prigione

February 15, 2018

Ho trovato la libertà dentro una prigione

MOKSHA

Buenos Aires | Argentina

Yoga in prigione ... come mai?

 

Isabel: Abbiamo iniziato due anni e mezzo fa. L'insegnante di rugby della prigione ci ha chiesto se eravamo disposte a provare a introdurre lo yoga. Quando la porta della prigione si è aperta ... anche qualcosa all'interno ha iniziato ad aprirsi. Sette serrature, molta sicurezza e arrivi nel locale dove dormono i prigionieri. Stai con loro, senza la polizia. Un’esperienza molto forte. Da allora veniamo regolarmente, ogni giovedì. Il primo giorno in cui gli abbiamo chiesto se volevano fare yoga, non sapevano nemmeno cosa fosse lo yoga, ma qualunque cosa gli si offre, loro dicono di sì. Sono già dei combattenti. Vogliono cambiare le cose.

 

Vicky: Penso che all'inizio lo yoga non gli interessasse affatto. Ci chiamano “gente de la calle”, la gente che sta fuori. Le persone che vengono a visitarli. Chiunque venga è benvenuto. Vedevano lo yoga come una sorta di stretching. Ma incontro dopo incontro qualcosa ha iniziato a cambiare in loro e lo si percepiva. Quando entri in prigione e inizi a sentirti libero ... sai che qualcosa sta succedendo.

 

Perché avete deciso di fare una cosa del genere?

 

Vicky: Quando vedi come influisce lo yoga nella tua vita, quando lo sperimenti sulla tua pelle, vuoi condividerlo con gli altri. Non ho mai pensato di entrare in una prigione, pensavo di poter aiutare mio marito, la mia famiglia, i miei studenti. Ma poi è venuta fuori quest'idea della prigione. Non è che c'abbiamo pensato a lungo, qualcosa dentro ha detto sì. Lo yoga è un modo per sentirsi liberi da tutto, da ciò a cui si è attaccati, da ciò che ti spaventa. Ha a che fare con la prigione, andare in un luogo in cui si é fisicamente limitati, ma forse si tratta anche di una gabbia interiore. Lo Yoga ... chiamalo come ti pare, una filosofia, un modo di vivere, ma cambia davvero le cose! Loro diventano più calmi, iniziano a sorridere, ti guardano negli occhi. Cominciano ad avere una routine, disciplina. Hanno iniziato a prepararsi, fisicamente, a organizzare il posto, a lavare tutto. Questo è il primo cambiamento importante. Vivevano senza fare nulla, si limitavano ad aspettare di uscire dal carcere per andare a commettere un altro crimine. Con lo yoga hanno iniziato a guardarsi dentro. Hanno iniziato a fidarsi di noi, soprattutto quando si sono resi conto che siamo volontarie, che veniamo qui per loro. Hanno iniziato a pensare di valere qualcosa.

 

Cosa c'è di diverso oggi rispetto a quando avete iniziato?

 

Isabel: Ci sono 12 diverse zone in prigione, divise in base ai loro interessi, ad esempio l'area di quelli che studiano o di quelli che pregano. Hanno una routine basata su questo. Poi sono divisi anche in prigionieri di media e di alta sicurezza. E naturalmente uomini e donne. Devono essere tutti separati, altrimenti si azzuffano l'uno con l'altro. Uno che ha ucciso non accetta uno che ha fatto un abuso. Abbiamo iniziato con la zona rugby, la numero 8. Abbiamo lavorato con loro per un anno, erano felici. Da un giorno all’altro gli abbiamo detto: ora andiamo anche all'area 7. Ci dicevano, non potete andarci, voi siete nostre. E noi rispondevamo, no! Dovete iniziare a essere gentili con gli altri. Dovete iniziare a imparare anche quello. Se no, vuol dire che non avete capito niente dello yoga. Lo yoga è servizio. Abbiamo diviso gli istruttori e iniziato nella zona 7. Abbiamo anche chiesto ai prigionieri dell'8 di aiutarci a condurre le classi. All'improvviso 8 e 7 hanno iniziato a guardarsi l'un l'altro in modo diverso. Avevano qualcosa in comune.

 

Lavorate anche con le donne?

 

Vicky: E’ molto difficile insegnare alle donne. Le donne non sono motivate a fare nulla mentre sono in prigione. Per lungo tempo nessuna di loro ha voluto unirsi ai nostri corsi. Abbiamo provato diverse volte. Ora abbiamo 8-10 persone e questo ha portato un buon cambiamento. Una volta che iniziano, le donne sono molto più impegnate degli uomini. Penso che una delle sfide sia che le donne sono più emotive, quindi non vogliono aprirsi ai loro sentimenti. Gli ultimi dieci minuti di lezione rallentiamo, ci rilassiamo. Molte di loro piangono, anche se non vorrebbero. Non vogliono ripensare a perché sono lì e connettersi con ciò che stanno passando.

 

La gente direbbe, perché fate questo servizio per i carcerati? Fatelo per quelli che stanno fuori! Come rispondereste?

 

Isabel: Risponderei, perché no? È il modo di connettermi con la mia vulnerabilità, con le mie ombre. Dove gli altri vedono l'oscurità, io vedo la luce, vedo un ragazzo che vuole cambiare. La nostra società è spiritualmente povera in vari modi. Abbiamo tutti bisogno di cambiare. Il cambiamento è in te, se non cambi, nessuno lo farà.

 

Vicky: Qualunque cosa fai viene criticata. La gente chiede perché lo facciamo. Dicono, “Lasciamoli morire in prigione, con tutti i danni che hanno fatto”. Noi pensiamo che ognuno deve fare qualcosa di diverso. Io vado in prigione, tu puoi andare dai poveri, negli ospedali. Sono contenta di poter andare in prigione, fare qualcosa per loro. Quando usciranno, saranno dei vicini di casa migliori e, si spera, non commetteranno altri crimini.

 

E voi, come vi ha cambiato questa esperienza?

 

Isabel: Per me ... è cambiato il mio cuore. Respiro diversamente. Vedo l'umanità in quel luogo. Sono molto più sensibile. Sono diventata me stessa, vivendo la mia vita. Nessuno mi dice cosa devo fare. Voglio lasciare qualche traccia del mio passaggio.

 

Vicky: Lavorando in questo progetto ... mi sento più libera che mai. Ho trovato la libertà dentro una prigione. Ogni giorno è diverso, ogni giovedì è diverso. Sono così rilassata dopo le lezioni. È qualcosa che va oltre, cerco di non razionalizzarlo. Moksha, il nome del nostro progetto, significa libertà, liberazione interiore.

 

Isabel: C'è stato un mio amico il cui figlio ha iniziato a drogarsi. Mi ha chiamato per chiedere aiuto. Ho chiesto ai ragazzi in carcere di fare un video per dirgli di non seguire quella strada. Quando hanno iniziato a parlare ... hanno pianto, conoscevano bene quel dolore. Il figlio ha detto che non lo avrebbe fatto. Hanno cambiato la sua vita. E possono cambiare la vita di altre persone, una volta fuori. Dico loro, magari avete ucciso una persona, ma ora potete salvarne un’altra. Dovete rimediare a quello che avete fatto.

 

Co tutte queste esperienze, cosa consigliereste ad altre persone?

 

Isabel: Fai qualcosa. Svegliati.

 

Vicky: Apri gli occhi. E ascolta te stesso. Segui il tuo cuore, non quello che ti dicono gli altri. Ascoltalo, anche se non capisci, segui ciò che hai dentro. Non è mai tardi per iniziare, per cambiare la tua vita. Avevo un lavoro, i bambini e ho cambiato la mia vita.

 

Isabel: Io dico sempre ai ragazzi: “Passerete qui, in prigione, alcuni anni. Come li userete? Costruirete strumenti che vi aiuteranno una volta fuori?” Stare fuori è molto più difficile che stare dentro. Devono essere molto forti. Devono essere dei combattenti.

Maggiori informazioni su Moksha: mokshayogaenlacarcel.com.ar

 

 

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