Un tetto per tutti

 

Un tetto per tutti

TECHO

Chile

Gli abbiamo mandato un messaggio su Whatsapp senza neanche sperare di ricevere una risposta. Ci sono volute diverse settimane per ottenere il suo numero. Due minuti dopo ci ha scritto: "Vi aspetto tra 15 minuti". Eravamo ad un solo chilometro a piedi da casa sua. 1 chilometro tra paradiso e inferno, tra le case dei ricchi e la baraccopoli, i “campamentos”. E non si entra in un quartiere malfamato senza permesso. Neanche se invitati da un prete.

 

 

Ecco come è nata Techo

 

Tutto è iniziato a Curanilahue, per citare il libro di Don Felipe Berrios.

 

Per noi è iniziato tutto a Curitiba, in Brasile, il primo paese che abbiamo visitato in Sud America.

 

Marcele Borges, dipendente Techo, Curitiba: Techo, come organizzazione, è apparsa in Brasile nel 2007, sebbene sia iniziato tutto molto prima in Cile. Costruiamo principalmente casette, le cosiddette mediaguas, per la gente delle favelas, le baraccopoli brasiliane.

 

Mediagua, secondo Wikipedia, è il termine cileno per definire una casa costruita con elementi in legno prefabbricati, una specie di casa in stile Ikea. Di solito di 18 m², serve come soluzione temporanea per le vittime di disastri naturali o come rifugio economico per i senzatetto.

 

Marcele: È una piccola costruzione, ma comunque molto più grande della baracca in cui la famiglia che la riceve viveva precedentemente. La mettiamo in piedi in due giorni, insieme: una famiglia selezionata della favela, i loro vicini e volontari esterni, principalmente studenti universitari e dipendenti di aziende, che ci aiutano anche economicamente.

 

Felipe Berrios (1): Questa modesta mediagua non è solo un'opportunità per una data famiglia di uscire dal circolo di disperazione in cui vive, ma anche per salvarsi dalla morte per polmonite, per fermare gli abusi sessuali sulle ragazze o la possibilità di concepire un bambino in condizioni decenti.

 

Sebastian Errázuriz, co-fondatore di Techo e Actitud Lab: Tutto è iniziato a Curanilahue, nel sud del Cile, nella sua parte più povera. Ci siamo andati in missione con un folto gruppo di ingegneri di un'università cattolica. Non potevamo credere a come vivevano queste persone. Siamo venuti con Felipe, un uomo fantastico. Ci ha motivati ​​a sognare in grande. Tutto è iniziato con l'idea di costruire 100 case per i più poveri, alla fine abbiamo deciso che avremmo costruito 2000 case entro l'anno 2000. Era il 1997.

 

Felipe (2): Non è colpa nostra se il Figlio di Dio non ha avuto un posto decente in cui nascere ... ma è nostra responsabilità che nel suo 2000 compleanno tutti abbiano un posto dignitoso.

 

Già nel 1999 avevamo finito di costruire le 2000 case. Allora perché non costruirne 2000 nel solo anno 2000? In quel periodo si chiamava Un Techo para Chile – Un tetto per il Cile. Sebbene l'iniziativa si sia sviluppata a un ritmo vertiginoso sin dall'inizio, nessuno aveva previsto che in pochi anni Techo sarebbe diventata una delle organizzazioni più grandi e influenti dell'America Latina.

 

Felipe: Nel 2001 c'è stato un terremoto nel sud del Perù. Siamo andati ad aiutare, coinvolgendo i giovani peruviani. Poi, c'è stata un'alluvione in Messico, dovevamo reagire. Sono nati diversi Techo Para Mi Pais (Un tetto per il mio paese): Argentina, Colombia ... stavamo crescendo rapidamente.

 

Sebastian: Tutto è iniziato a Curanilahue. La nostra percezione del mondo è cambiata completamente da quel giorno. Prima pensavamo: "Toh, nevica, possiamo andare a sciare". Da quel momento abbiamo iniziato a dirci: “Piove, come se la caverà la gente nelle baraccopoli? Cosa possiamo fare per loro? "

 

Marcele: L'intero processo di costruzione di una casa inizia con la ricerca della famiglia giusta. È un processo complesso, cerchiamo coloro che vivono nelle peggiori condizioni, vogliamo essere sicuri di agire per chi ha davvero bisogno di aiuto. Il compito della famiglia selezionata è trovare aiutanti locali per la costruzione e un posto per ospitare i volontari esterni. Arriviamo nella favela il venerdì sera e il sabato dal primo mattino iniziamo a lavorare. Per costruire una casa occorrono due giornate intere, di solito sono coinvolte diverse dozzine di persone.

 

Guilherme Prado, volontario Techo Brasile: Quando ho costruito la casa con Techo sono entrato per la prima volta in una favela. Non mi sarebbe mai passato per la testa prima.

 

Felipe (3): Nessuno poteva prevedere cosa sarebbe divenuta Techo. Ma sapevamo che se prendi dell'erba secca, la mescoli con la benzina e fai partire una scintilla, qualcosa succede. Sentivamo che mettere insieme coloro che hanno più possibilità e opportunità - gli studenti universitari - e coloro che non hanno nulla – i residenti nei quartieri poveri – avrebbe rafforzato la nostra fede e il conseguente senso di giustizia, e l'idealismo dei giovani avrebbe fatto il resto. Ecco come è nata Techo.

 

Sebastian: È difficile dire chi sia il fondatore di Techo, praticamente non ha un fondatore. Molte persone hanno lavorato alle sue fondamenta. Credo che fossimo piu o meno 25. Io ero il più giovane. Quando abbiamo iniziato non ci sognavamo nemmeno di creare qualcosa di così grande, un'organizzazione che opera in tutti i paesi del Sud America, coinvolgendo centinaia di migliaia di persone, molte delle quali oggi dirigono le proprie organizzazioni, imprese, lavorano nel campo dell'istruzione e della politica. Penso che siamo l'inizio di un nuovo Cile. Siamo una generazione che crede nel cambiare il mondo, nel migliorare le condizioni di vita delle persone in Cile e in altri luoghi. Ricordo le interminabili conversazioni con Felipe, che ci chiedeva come immaginassimo Techo. Rispondevamo che sarebbe stato bello avere filiali a Santiago e in molte altre città del Cile, forse un giorno in altri paesi limitrofi. E ci chiedeva: “E l'Africa? E gli altri continenti? " Credeva nel potere dei giovani. Avevamo 18, 20, 23 anni e ci ha fatto credere che avremmo potuto cambiare le cose, passo dopo passo. Tutto ciò di cui avevamo bisogno era la fede in una visione e un buon gruppo di amici. Felipe si è sempre preoccupato molto del gruppo. Per prima cosa vivevamo uno accanto all'altro, abbiamo costruito un rapporto tra di noi, ma anche con le persone dei quartieri poveri, abbiamo creato amicizie, anche coppie. Poi abbiamo costruito Techo. Felipe è il suo architetto, un visionario. Attualmente vive ad Antofagasta, una città nel nord del Cile, nella baraccopoli di La Chimba. La gente butta su un letto, un pezzo di tetto ovunque. Vivono ai margini di una discarica di rifiuti, dalla quale si nutrono. Felipe ha intrapreso questa sfida al ritorno dall'Africa, dove ha trascorso diversi anni.

 

 

Capire i poveri, coloro ai quali nessuno chiede un'opinione

 

Abbiamo deciso di cambiare i nostri piani di viaggio e dirigerci verso Antofagasta sperando in un incontro a tu per tu con Felipe. Più ci avvicinavamo a questa città, più incontravamo persone che ci raccontavano come la loro avventura nel cambiare il mondo e il loro coinvolgimento sociale fosse iniziato come volontari in Techo. Facevamo incetta di storie individuali, cercando di entrare in contatto con il sacerdote. Molte persone avevano il contatto, alcune hanno promesso di condividerlo con noi, alla fine nessuno l'ha fatto. Era come se Don Felipe fosse circondato da un muro invisibile, in teoria accessibile, ma di fatto celato dietro le mura improvvisate della sua comunità.

 

Felipe: In Cile sono diventato troppo popolare, le persone hanno iniziato a trattarmi come un eroe, hanno creato miti, ma anche molti pettegolezzi - che ho derubato qualcuno, che ho dei figli. Tutto quello che ho è un fratello gemello e lui è davvero il padre di sei figli. Le persone ci hanno confuso, a volte consapevolmente. Ho fatto domanda per andare in missione in Africa. Ci ero già stato, parlo swahili.

 

Sebastian: Felipe ama fare domande, discutere. Ogni volta che un giornalista veniva a trovarlo, il giorno dopo la chiesa era nei guai.

 

Felipe: Sono dovuto partire, avevano bisogno di me altrove. Non potevo lasciare che Techo diventasse una mia creatura o la conseguenza della fama che mi circondava in Cile. (4)

Sono venuto in Africa per continuare il mio progetto di vita. Ho vissuto in Burundi, un paese sfinito dalla fame. Abbiamo fondato un centro educativo in una regione agricola cercando di combattere la malnutrizione. Davamo alle famiglie una capra appena nata, l'allevavano fino a quando non partoriva e poi donavano la prole ad altre famiglie. Era il 2010. Nel 2012 sono andato in Congo, in un campo profughi, ho lavorato con ex bambini soldato. Probabilmente è stata l'esperienza più difficile che ho avuto.

Non ero in grado di comunicare, non avevo modo di muovermi, nelle cose più elementari dipendevo dagli altri. È come essere un bambino, dipendente, indifeso, un passo indietro verso ciò che è basilare. E' un'esperienza fondamentale. Come sacerdoti, saremmo completamente diversi se ognuno di noi facesse questo tipo di esperienza: non predicare, ma ascoltare gli altri. Cominciamo a capire i poveri, ai quali nessuno chiede un'opinione. (4)

 

Marcele: Quando entriamo nella favela, lo facciamo prima di tutto ascoltando e penso che sia per questo che Techo funzioni. Non imponiamo nulla, non promettiamo questo o quello. Ascoltiamo prima e questo ci distingue dalla maggior parte delle organizzazioni. Quindi, parliamo e agiamo. Insieme. Non solo costruendo case, ma anche realizzando progetti sociali ed educativi.

 

Sebastian: Molte persone di Techo credono che siamo un pituto per i poveri. Pituto in spagnolo cileno è la rete informale. Conosco tante persone, cerco chi mi può aiutare e dico: “Prova, è un bravo ragazzo o una brava ragazza”. I poveri non hanno rete, né amici. Stiamo diventando parte della loro rete. In Actitud Lab, l'organizzazione che gestisco attualmente, mettiamo in contatto persone senza opportunità con le aziende. All'inizio solo per fargli vedere com'è la vita in azienda. Poi vengono l'istruzione, il lavoro e altre opportunità. Techo ci ha insegnato ad aiutare i più poveri, quelli che ne hanno più bisogno.

 

Felipe (4): Il vangelo è stato scritto per i poveri dai poveri, motivo per cui sono andato in Africa. I più diseredati vivono lì: camminano per chilometri scalzi, si battono per l'acqua, la legna, il cibo tutto il giorno e vanno a dormire senza sapere se all'alba saranno ancora vivi. La società moderna ci ha convinto che la vita sia un nostro diritto, ma è prima di tutto un dono. Un'altra alba, senza un morso mortale, senza una malattia, è un miracolo. Sono andato lì per cambiare qualcosa, non per turismo sociale.

Ho pensato che sarei rimasto lì almeno per qualche anno, forse tutta la vita. Ho lasciato che fosse Dio a decidere.

 

 

Fai l'amore con la vita

 

Dio ha deciso che Felipe sarebbe tornato dopo cinque anni. Un superiore della chiesa cilena lo ha richiamato a servire. Si è stabilito all'estremità di Antofagasta - una città dalla silhouette lunga e stretta schiacciata tra deserto e mare - vicino ad una discarica, in una baraccopoli, in cui non si entra senza permesso, soprattutto con i capelli biondi e gli occhi azzurri, che in questa regione non consentono l'anonimato.

 

Dopo diverse settimane di viaggio attraverso il Cile, siamo arrivati ​​ad Antofagasta senza alcun contatto, nonostante molte ricerche. Avevamo 48 ore. Per puro caso, abbiamo alloggiato a casa di Lucie, l'unica persona che ci ha accettato su couchsurfing. Le abbiamo parlato del nostro obbiettivo e lei il giorno dopo ci ha trovato il numero di telefono del sacerdote da un giornalista locale:

- Non risponde alle chiamate, ma c'è la possibilità che legga il messaggio su Whatsapp.

Senza troppe aspettative, abbiamo messo insieme alcune frasi nel nostro spagnolo stentato. Ha risposto immediatamente:

- Vi aspetto tra 15 minuti.

 

Felipe: Siete venuti qui a piedi?! Non si può entrare qui cosi, soprattutto ora che è già buio! Dovete tornare in autobus con il resto dei nostri studenti! Venite, vi faccio vedere una cosa. Questo è il centro educativo che abbiamo aperto per i più poveri. In ogni angolo imparano una professione diversa: qui c'è un salone per parrucchieri, lì per i meccanici, l'altro è per i cuochi. Una nuova professione li aiuterà a uscire dalla povertà. Alcune persone sono di questa baraccopoli, altre da altre parti della città, per quelle abbiamo organizzato un autobus in modo che possano tornare a casa sani e salvi. Il 98% sono migranti. Da bambino, non vedevo mai una persona di colore per strada. Poi, hanno cominciato ad apparire, turisti ricchi dagli USA. I poveri afroamericani sono una cosa nuova per noi. Il Cile si è aperto economicamente, ora è tempo di un'apertura culturale, e lo stesso vale per tutto il Sud America. L'85% delle persone che iniziano i nostri corsi arriva fino alla fine, il che non è così scontato. Recentemente abbiamo perso una donna dalla chiesa evangelica. Lavoriamo sul loro senso di dignità ed emancipazione. Al pastore la cosa non piaceva. Ho provato a parlargli, ma senza risultati. La cultura machista è ancora molto forte qui. Gli uomini, quando vedono che le donne imparano più velocemente, anche l'elettronica o la meccanica, non lo accettano. Abbiamo dovuto separare i gruppi. Inoltre, non permettiamo agli studenti di venire con i loro figli. Incoraggiamo gli uomini a prendersi cura di loro. Vogliamo che le donne siano in grado di fare qualcosa per se stesse, responsabilizzarle e imparare da loro.

 

Il centro educativo è stato progettato dallo stesso Felipe - stanze flessibili che possono aprirsi e diventare un vero e proprio laboratorio. Lui e' creativo e agile nell'adattare gli spazi alle esigenze personali e culturali di coloro che li utilizzano. Nella sua cappella l'immagine della Madre di Dio si intreccia con un graffito di Pachamama, Madre Terra. Le madri, le donne e quelli che potremmo chiamare valori femminili sembrano essere al centro della sua attenzione.

 

Felipe (4): Dobbiamo femminilizzare, nel senso di umanizzare, il concetto di efficienza e successo. Non si tratta di chi vince la gara, chi arriva primo, ma di come possiamo arrivare tutti al traguardo. Dobbiamo lasciarci alle spalle la cultura machista, un patriarcato che ci danneggia tutti e tanto: gli uomini vivono in costante rivalità, alcuni sfruttano le donne, le prevaricano o si comportano come l'ennesimo bambino da accudire invece di supportarle. Non sanno come essere partner, come condividere le loro vite e i loro doveri. Le donne sono esauste, devono conciliare il lavoro con le faccende di casa e si sentono pure in colpa per questo. È tempo di cambiare.

 

Il cambiamento, secondo Felipe, non parte solo dal nostro approccio col mondo femminile ma, soprattutto, da come ci comportiamo con i giovani.

 

Felipe: Insegniamo ai giovani a sognare, insegniamo l'indipendenza. Da adulti, instilliamo troppa paura nei bambini. Li proteggiamo troppo. Una volta ci fu un esperimento su dei panda, hanno dato agli individui maschi il viagra per incoraggiarli a riprodursi. Questi invece hanno iniziato a masturbarsi. Non volevano le femmine. Non aveva senso riprodursi finché erano reclusi in una prigione. Anche i giovani d'oggi sono in gabbia. Iperprotetti. Non possono fare questo, non possono fare quello. In questo modo perdono di vista il significato. Si masturbano con la vita invece di farci l'amore.

 

La fede nei giovani è la mia forza. Techo non è un'organizzazione per giovani, è un'organizzazione dei giovani. Ne sono responsabili, risolvono loro i problemi. A volte qualcuno mi chiamava per sapere se possono inviare volontari. Ho sempre risposto, “chiedi a loro”. Puoi indicare il problema ma non fornire la soluzione. La soluzione deve venire dalle persone colpite dal problema. Quando sono arrivato a La Chimba per la prima volta ho avuto un problema con i topi, non riuscivo a sbarazzarmene. Il mio gemello mi ha inviato un dispositivo che collegato alla presa invia segnali che dovrebbero dissuadere i topi. Hanno imparato a ballare al ritmo di quel suono. Poi mi ha mandato un veleno dalla Bolivia. Sono diventati più grassi, gli piaceva proprio. Alla fine ho consultato la mia vicina e lei mi ha dato un gatto del posto. I topi se ne sono andati. Bastava chiedere alle persone di qui, bastava ascoltare. Tutti i problemi legati all'ecologia, alla disuguaglianza, all'ingiustizia, alla fame ... non ha senso cercare soluzioni, anche quelle più intelligenti, se non si coinvolgono le persone. Prima di tutto la gioventù. Essere giovani significa correre dei rischi, mettere il cuore in quello che fai. I giovani oggi sono vecchi prima di diventare adulti. Quando ero giovane giocavamo a un gioco chiamato lugo: lanciavi un disco, facevi un passo avanti, poi indietro, di nuovo avanti, in costante movimento per afferrare il disco al momento giusto. Ho imparato a giocare a lugo con la vita. I giovani di oggi giocano a scacchi: fanno una mossa e si fermano a pensare alla prossima. Sono già vecchi.

Oggi pensiamo che se viviamo una vita sana, facciamo esercizio fisico, non fumiamo, vivremo per sempre. Ma non è vero. Gesù è morto nudo sulla croce. Solo. E io come morirò? Ho una vecchia biografia di Che Guevara sullo scaffale. Lui aveva molti difetti, ma è morto seguendo i suoi valori, e questo non è comune oggi. Dobbiamo usare il nostro tempo per agire. Dare il nostro contributo al mondo. Dobbiamo scoprire il Don Chisciotte che è dentro di noi.

 

 

 

1. P. Felipe Berrios, S.J., Un techo para Latinoamerica, Cile 2010, pagina 40, tradotto da A. Ksiazek, A. Pucci

2. P. Felipe Berrios, S.J., Un techo para Latinoamerica, Cile 2010, pagina 38, tradotto da A. Ksiazek, A. Pucci

3. P. Felipe Berrios, S.J., Un techo para Latinoamerica, Cile 2010, pagina 37, tradotto da A. Ksiazek, A. Pucci

4. https://web.archive.org/web/20141022074609/http://www.verdugo.cl/berrios.htm# , tradotto da A. Ksiazek, A. Pucci

 

Ulteriori informazioni su Techo: techo.org

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