E' cosi che ho aperto il barattolo



Vorrei raccontarti come sono diventata una femminista.

Tutto è iniziato a Ojców, in Polonia, molti anni fa. A quel tempo, ero una studentessa dedita allo sviluppo personale che aveva appena scoperto che nel mondo esiste il razzismo. Durante un viaggio in Kenya e Tanzania, ho toccato con mano quanto conti il colore della pelle e, nonostante i tentativi di sfumare le differenze, sono rimasta una bianca per tutto il viaggio, il che ha significato privilegi, potere e incapacità di costruire un vero rapporto con le persone del posto. Toccata profondamente, mi sono iscritta ad un corso che aveva l'obbiettivo di preparare i partecipanti a condurre seminari su antidiscriminazione e genere, organizzato, tra gli altri, dalla Fondazione Autonomia.

Alla Fondazione Autonomia sosteniamo ragazze e donne nello sviluppare il coraggio per andare oltre certi standard, per raggiungere cose che sembrano inaccessibili o non opportune per loro, per costruire alleanze per affrontare insieme le difficoltà. Autonomia lavora per garantire che ogni ragazza e donna sia sicura e coraggiosa, possa prendere decisioni per se stessa, sviluppare e plasmare il mondo insieme agli altri. Il nostro motto è: "Forza, Coraggio, Solidarietà".

Il corso consisteva in 3 incontri. Il primo incontro ha riguardato la discriminazione in generale e mi ha fornito una quantità di informazioni e molti strumenti per lavorare su questo argomento. Il secondo incontro ha sconvolto la mia vita. A quel tempo ero convinta di non aver mai subito discriminazioni e di non aver nulla in comune con il femminismo. E lì, per tre giorni, passo dopo passo, ho scoperto l'esistenza stessa di norme sociali invisibili e di genere e che la discriminazione non riguarda il singolo atto di ingiustizia, ma la condizione generale delle donne in Polonia e nel mondo.

Ho iniziato a parlare di me come femminista dopo aver partecipato ad un campo internazionale femminista, a cui sono andata un po' per caso, al posto di mia madre. Sono andata in questo campo da persona che da un lato aveva visioni molto progressiste sul ruolo delle donne, degli uomini, sul diritto di decidere su se stessi e sul proprio corpo, ma allo stesso tempo non usava forme personali al femminile, perché pensava che la forma maschile fosse universale. Pensavo di non voler essere chiamata femminista perché non volevo essere inquadrata in una categoria che non sono stata io a creare.

È un po' come aprire un terzo occhio. All'improvviso inizi a vedere tutti quei messaggi nascosti in pubblicità, proverbi, film, canzoni... norme invisibili che ti circondano ogni giorno. Sempre.

Racconta D.F. Wallace, ci sono due giovani pesci che nuotano e a un certo punto incrociano un terzo pesce, più vecchio, che fa un cenno e saluta dicendo: "'Giorno, ragazzi. Com'è l'acqua?" I due giovani pesci continuano a nuotare per un po' finché uno si gira e chiede all'altro: "Che cavolo è l'acqua?"

La discriminazione contro le donne è molto più sottile di quanto non fosse prima. Dopotutto, abbiamo il diritto di votare, possiamo andare a lavorare o studiare in qualsiasi università (diritti che, a proposito, non sarebbe stati ottenuti senza il femminismo). La discriminazione è diventata la nostra acqua, un soffitto di vetro, un pavimento appiccicoso. Le donne guadagnano ancora molto meno degli uomini nelle stesse posizioni. Trascorrono ancora più tempo nelle faccende domestiche, nella cura dei bambini, anche se lavorano a tempo pieno, proprio come i loro mariti e partner. Una donna ha ancora meno possibilità di lavoro, perché può rimanere incinta, perché è più debole, eccetera, eccetera. La violenza è ancora un tabù e la vittima è colpevole dello stupro. Non avevo idea di tutto questo e di molte altre cose sulla strada per Ojców. E improvvisamente Agata Teutsch e Monika Serkowska mi hanno aperto gli occhi sulle mille cose che probabilmente non volevo vedere in quel momento. Il problema è che una volta che l'occhio è aperto non si può richiudere.

Per me, il femminismo concerne la libertà, è un'esperienza di gruppo, è un processo di apprendimento, conoscenza reciproca e aprire gli occhi. Ho avuto come l'impressione che un terzo occhio si aprisse, che cominciassi a vedere meglio il mondo che mi circonda. Una sensibilità maggiore ai vari significati, alle situazioni delle persone, al capire perché si trovano in questa o quella situazione, una maggiore capacità di leggere tra le righe quando si tratta di strutture, rapporti di potere nella società e disuguaglianze. Il femminismo consiste nel liberare quante più persone possibile dalle gabbie create per noi dal patriarcato. Ad esempio, le donne stanno subendo una violenza massiccia e vogliamo che sappiano che non deve essere così, che possono vivere libere dalla violenza, libere da commenti sessisti, che possono opporsi alla violenza, sia essa verbale, mentale o fisica, che hanno il diritto di decidere sul proprio corpo. Vogliamo cambiare la legge, le istituzioni, in modo che, per esempio, un marito che picchia la moglie sia trattato seriamente almeno quanto uno che picchia uno sconosciuto per strada. E non si tratta tanto dell'ammontare della pena, quanto dell'atteggiamento nei confronti di questo crimine. Nessuno dice a un uomo picchiato per strada che era vestito male, non gli chiedono 50 volte se e' assolutamente sicuro di voler sporgere denuncia, ecc. Vogliamo che le molestie sessuali siano inaccettabili, non possono essere la norma o un rituale praticato in tutte le società.

***

Qualche anno dopo ho deciso di andare al Feministyczna Akcja Letnia - FAL (Azione estiva femminista). Nonostante una maggiore consapevolezza sulla discriminazione e sul genere, nonostante una maggiore familiarità con la parola "femminismo", ero ancora lontana da questo mondo. A parte le persone che avevano organizzato il corso a Ojców, non conoscevo davvero nessuno coinvolto seriamente nelle attività di emancipazione femminile. Ero lo stereotipo di una ragazza convenzionale che ha avuto la fortuna di essere nata in una città, in buone condizioni. Abbiamo sempre avuto abbastanza soldi per cibo, alloggio o materiale scolastico, non ho mai subito violenza nella mia vita, mia madre è una donna forte e indipendente che mi ha dato valori legati all'uguaglianza, alla libertà e all'autostima. Eppure sapere che il mondo della maggior parte delle donne non assomiglia al mio non mi dava pace. Volevo saperne di più.

Non conoscevo nessuno durante la mia prima FAL. Sapevo solo che Agata di Ojców sarebbe stata lì, ma era difficile per me considerarla un'amica, era una delle formatrici, non ero nemmeno sicura che si ricordasse di me.

C'è un gruppo con cui ho una lunghissima esperienza di collaborazione, il gruppo informale Ulica Siostrzana (Via Sorellanza). Dopo aver partecipato al campo internazionale che ho menzionato prima, ho sognato di fare qualcosa del genere in Polonia. Finalmente, nel 2001, sono riuscita a trovare una manciata di ragazze che avevano lo stesso desiderio e determinazione e abbiamo organizzato il primo campo femminista nel 2002. In ogni campo partecipano circa 60 adulti e 15 bambini. Oggi parlo di adulti, prima erano donne, poi persone cresciute con il ruolo di donna, ora partecipano anche i trans, il che dimostra un certo processo.

Nella mia prima FAL non c'erano ancora persone trans, usavamo solo il femminile per verbi e aggettivi (la lingua polacca applica il genere grammaticale a quasi tutte le parole). Era la prima volta che mi trovavo tra femministe, diverse delle quali lesbiche. In effetti ero minoranza eterosessuale, per la prima volta nella mia vita ero una minoranza. Una straordinaria opportunità per imparare, specialmente in un gruppo che aveva la pazienza di rispondere a tutte le mie ingenue domande. Domande da una persona che ancora non si sentiva del tutto femminista.

Devi essere una femminista per venire alla FAL? Non saprei. Devi pensare di te stessa: io sono femminista e vado in un campo femminista? No. Devi leggere qualche libro o guardare qualche documentario? No. Devi essere coinvolta nell'organizzazione di manifestazioni, nelle attività del Centro per i Diritti delle Donne o di altre organizzazioni femministe? No. D'altra parte, credo che ci debba essere qualcosa dentro una persona che la spinge ad andare ad un campo femminista. Ci sono molte altre cose da fare in estate. Eppure una viene al campo femminista, perché?

Perché dentro se stassa sa che c'è qualcosa che non va in questo mondo. Che anche quelle donne e ragazze che non si sentono discriminate, per non parlare di quelle che sperimentano una forte discriminazione ogni singolo giorno, vedono che parte del loro potere, della loro forza e della loro autostima viene annichilito. Perché quei comportamenti che finora avevo visto come sfortunati e sgradevoli sono un'esperienza comune a quasi tutte le donne.

Ho partecipato per la prima volta al Wendo in un campo femminista quando avevo 19 anni. Questo workshop mi ha dato molto. Successivamente ho cercato di prendere parte a quanti più potessi, anche organizzandoli in diversi posti. Wendo mi ha dato l'opportunità di affrontare le violenze che ho sperimentato nella mia vita, ho potuto parlarne apertamente e liberarmene. A volte esprimere un'esperienza è un enorme passo avanti nel lavarsi via il peso di doverla mantenere segreta. E rendersi conto che capita alle donne di tutto il mondo di avere esperienze come incontrare un esibizionista, o qualcuno le palpeggia sul tram, le pizzica il sedere o fa commenti sgradevoli. Sono tutte cose comuni e non è che ci sia qualcosa che non va in noi, ma in questo mondo che accetta questo tipo di comportamenti nei confronti delle donne.

Anche al FAL, ogni anno vengono organizzati workshop Wendo. Ci sono sempre più persone in lista che posti. Ho avuto la fortuna di essere estratta a sorte a prendere parte al Wendo al mio primo campo.

Wendo è un metodo per imparare autodifesa e assertività, per costruire fiducia, creato e concepito per ragazze e donne. Il nome stesso deriva da due parole: l'inglese "women" e il giapponese "do", che significa percorso delle donne, scelta del percorso di vita, modalità di azione. È principalmente un metodo per prevenire la violenza. Durante il Wendo, le ragazze e le donne hanno l'opportunità di sperimentare forza, agilità, processo decisionale, capire cosa le mette a disagio, cosa possono fare quando qualcuno oltrepassa certi limiti. Possono sperimentare come il loro corpo le difende e le favorisce. Il Wendo dura 12 ore ed è condotto da istruttori qualificati.

Alla fine della prima sessione di 4 ore arriva il momento in cui devi rompere una tavola di legno a mano nuda.

Al Wendo offriamo un'esperienza correlata al processo decisionale da un lato e un'esperienza di forza dall'altro, che si configura nello spaccare una tavoletta di pino.

Rompere una tavola con la mano ... dato che Agata, la leader, ha detto che si può fare, vuol dire che è possibile. Volevo andare per prima, ma un'altra persona mi ha anticipato. Mi sono alzata velocemente per tentare su quella successiva.


Al mio primo Wendo ho rotto la tavoletta. Non credo di aver nemmeno immaginato che avrei potuto fallire. Sono sempre stata forte, quindi sembrava normale.

Più la tavoletta si avvicina, più sale l'adrenalina. Riuscivo a malapena a sentire quello che mi stava dicendo Agata. Rompi la tavoletta con la mano. Il braccio ha sferzato l'aria e ho colpito la tavoletta urlando. Mi sembrava di averlo fatto con tutte le mie forze.

Ho rotto la prima, la seconda, la terza tavola.

La tavola è rimasta intatta. Neanche scalfita.

Nel quarto workshop sono andata a rompere la tavoletta e non l'ho rotta.

Sono stata l'unica persona in quel gruppo che non ha spaccato la tavola. Né al primo tentativo né al secondo.


Allora mi sono resa conto che la tavoletta non si spezza da sola.

Le tavolette non si spezzano da sole. Agata mi ha suggerito di romperla col piede. Ma io non volevo. O la spacco con la mano o non la spacco affatto.

Devo concentrarmi su ogni tavoletta, che è la metafora di un ostacolo. Devo pensare a quello che faccio, perché lo faccio, qual è il mio obiettivo.

Ho deciso di provare per la terza volta. Concentrarmi sul pavimento oltre la tavola, non sul pezzo di legno. Il pavimento è il tuo obiettivo. Devi toccare il pavimento con la mano, la tavola è solo un ostacolo che devi superare per raggiungere l'obiettivo.

Devo trovarmi in questa situazione e non dare per scontato che la cosa succeda per conto suo. Succede solo se ci mettiamo la nostra piena partecipazione, concentrazione e supporto da parte di coloro che ci stanno intorno.

La presenza di altre donne. Concentrazione. Un respiro profondo. La mano in aria. Il tentativo. L'urlo.

Il punto non è che un pezzo di legno dopo averlo colpito diventi due pezzi di legno, non è questo il punto.

L'ho spaccata.

Alla fine ho rotto quella tavola.

Ho avuto bisogno di molto tempo ed emozioni per analizzare cosa è successo. Per capire che è così che funziono, a volte fallisco la prima volta, la seconda volta. Il punto è provare una terza volta. Una cinquantesima volta. Concentrarmi su ciò che voglio ottenere e riprovare, anche se la stessa trainer, l'autorità, consiglia di lasciar stare.

È stato uno shock, un'esperienza molto importante. Dobbiamo sapere cosa vogliamo. Concentrarci sull'impatto che abbiamo. Le cose non accadono da sole. Il cambiamento non avviene da solo. Dobbiamo dedicarvi attenzione, voglia ed energia.

***

Ho incontrato Agata in altri due campi femministi. È l'unica persona che ha partecipato a tutti i campi sin dall'inizio.

Questo è il sedicesimo FAL. Siamo molto meglio organizzate. Abbiamo avuto molte situazioni difficili, conflitti, discussioni sul fatto che il campo deve essere vegano, se deve essere trans-inclusivo e cosa significhi, se i ragazzi possono venire al campo dopo gli 11 anni, ecc. Molte discussioni. Ed abbiamo imparato molto da esse. Sebbene Ulica Siostrzana non abbia una struttura permanente, riusciamo a mantenere la memoria del gruppo sulle esperienze passate e trasmetterla.

Stavo lentamente diventando una femminista. E lentamente mi avvicinavo ad Agata, che inizialmente vedevo come un'autorità, una guida che mi introducesse nel mondo del femminismo. Provavo rispetto, associato a una sorta di timidezza nel trattare con lei, nonostante l'evidente fascino della sua attività, del suo impegno e della sua consapevolezza.

Per me, una prospettiva che va oltre i confini della Polonia e dell'Europa è importante, mostra che sebbene alcune persone possano dire di essere una donna, teniamo conto delle differenze derivanti da dove viviamo, quale istruzione abbiamo, il grado di disabilità, l'orientamento sessuale, l'età. Differenzia la nostra situazione e influenza le nostre possibilità o la loro totale assenza.

Agata ha fondato anche il Dziewczynskie Centrum Mocy (Centro per il potere femminile) a Cracovia. È stato lì che abbiamo condotto un seminario insieme per la prima volta: un campo sul clima di due giorni per ragazze.

Il Dziewczynskie Centrum Mocy è uno spazio in cui ragazze e donne possono riappropriarsi del loro potere, inteso in senso lato. Non si tratta solo di sentirsi più forti, più capaci di attuare un cambiamento, più autonome, indipendenti, ma anche di usare queste risorse per influenzare il mondo in maniera tale che sia più giusto, dando opportunità a tutti. Il Dziewczynskie Centrum Mocy è un'iniziativa lanciata da una dozzina di donne e ragazze che creano questo luogo, il suo programma, condividono le loro abilità, competenze, conoscenze con altre ragazze e donne. Organizziamo tanti tipi di corsi, dal teatro, alla riparazione di biciclette, al recupero delle storie di donne nella nostra stessa famiglia, all'incontro con un esploratore polare. Guardiamo film e li discutiamo, leggiamo libri, organizziamo campi e seminari di autodifesa e assertività. Vogliamo creare fermento. Vogliamo che sia un luogo in continuo movimento, che sia in un processo di mutamento costante e che possa influenzare le relazioni sociali, rendendole meno gerarchiche, libere da violenza o ostilità.

Anche Agata ha preso parte al mio seminario sui changemaker al Dziewczynskie Centrum Mocy . Stressante? Sì. Anche se a questo punto ho cominciato a pensare a lei più in termini di amicizia, una persona importante per me, che sotto la categoria trainer. Abbiamo iniziato a parlare in modo più profondo e più vero. Ho iniziato a osservare quanto abbiamo in comune. È stato allora che le ho chiesto di fare un'intervista. Per cercare di capire cosa serve per riprendere il potere.

Incontra gli altri. Parla del fatto che vuoi riconquistare questo potere. E inizia a muovere i primi passi, anche i più piccoli. Dobbiamo iniziare ad essere chiari: cosa significa per me riprendere il potere? Forse per qualcuno è rifiutarsi di fare un'altra mansione al lavoro, andare a fare una passeggiata o leggere un libro invece di preparare la cena... E devi iniziare a farlo. E' semplice. Supponiamo che io abbia un barattolo col tappo incastrato, ben sigillato e penso che sarebbe bello aprirlo. I cetriolini all'interno sembrano così gustosi. Posso persino parlarne con qualcuno - guarda, avrei una gran voglia di cetriolini sottaceto. Ma se non facciamo nulla, il barattolo non si apre. Dobbiamo osservarlo, provare diversi modi, si può fare. Dobbiamo semplicemente metterci in azione.




Maggiori informazioni su Fundacja Autonomia: https://autonomia.org.pl/


Zrealizowano w ramach stypendium Ministra Kultury i Dziedzictwa Narodowego


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